La Rivista
2019
N° 1 - 2 Gennaio - Giugno 2019
Editoriale
di Ercole P. Pellicanò
Cari Lettori, nel dare il bentornato dalle vacanze estive, premettiamo che, per motivi di carattere organizzativo ed editoriale, questo numero 1 di “Tempo Finanziario” coprirà, eccezionalmente, i primi sei mesi dell’anno.La necessità di concentrare la prima parte del 2019 ha dato l’opportunità di raccogliere numerosi articoli ed interventi, promossi direttamente o indirettamente dalla Testata, che hanno toccato argomenti di grande attualità, economica e politica.
Una proposta per il rientro del debito pubblico.
22/Aprile/2020
Attualità economiche sociali

dì Redazione

La crisi debitoria a cui l'Europa sta andando incontro, capitanata dall'Italia che uscirà dal 2020, secondo le prime stime, con un debito pubblico fra il 160 e il 170% del PIL, dovrebbe costringere la politica e gli esperti a valutare diverse opzioni per rientrare dei prestiti, più o meno onerosi, assunti dai vari governi .

In un clima di ansia sociale piuttosto diffusa e comprensibile, il problema del rientro dal debito, nel quadro di una recessione italiana certificata da più istituti, sembra essere argomento tabù,  dal quale politica e media si tengono prudentemente lontani. 

In questo caso, e a differenza del virus, coprire naso, bocca e orecchie non servirà a nulla. Se accedi a un finanziamento, prima o dopo dovrai renderlo, sperando di trovare –o concordare- alla voce "interessi"  il tasso più agevole per il rientro: questa è la prima regola del credito, tavola della legge finanziaria che non ammette opinioni contrarie.

Per questa via, se a livello europeo si stanno cercando soluzioni che rischiano di trovare unanimi consensi solo negli interventi d'emergenza (spesa sanitaria, acquisto dei titoli dalla BCE per evitare speculazioni), sul piano nazionale dovremo affrontare gli effetti economici della pandemia molto presto, contando per lo più sulle nostre forze.

Fra le poche soluzioni fin qui prospettate, si è pensato – come sempre con dichiarazioni in pompa magna -  a una patrimoniale sui redditi sopra gli 80.000 euro: il solo effetto prodotto, a fronte di una possibile, limitata entrata di 1.3 miliardi di euro, è stato quello di creare panico sociale e agevolare l'ulteriore, sanguinosa fuga dei capitali, già registrata a marzo (-107 miliardi di euro) dalla Banca D'Italia.  Le somme calcolate dalla patrimoniale sono d'altronde storicamente disattese dai fatti, salvo nel più noto caso Amato, che, però, fa storia a sé. 

Scartata questa ipotesi, resterebbe quella ottimistica di una ripresa economica esponenziale, con numeri cinesi (pre pandemici): una realtà che in Italia non si registra dalla metà degli anni 80'.

In questo complesso quadro restano ben pochi strumenti per intervenire, se non meccanismi come l'aumento dell'IVA, accompagnati da una accresciuta capacità di spesa per lavoratori e famiglie, tramite la diminuzione della pressione fiscale su i redditi da lavoro.

L'IVA è una imposta molto articolata, soggetta ciclicamente, a seconda delle fonti, a critiche per la sua iniquità, anche se è quella più diffusa, toccando consumatori e settori produttivi.

Ad oggi, posticipato al 2021 l'aumento dovuto per i meccanismi di salvaguardia che abbiamo firmato a metà del secondo decennio, essa è così articolata:

  • al 4% per i "beni di prima necessità" come pane, latte, frutta etc.;
  • al 10% detta "aliquota ridotta" per hotel, alcuni prodotti farmaceutici ed alimentari;
  • al 22% chiamata "aliquota ordinaria" (a livello europeo la media è al 21.5%) applicata a computer, veicoli, libri, abbigliamento, ma anche alcuni prodotti farmaceutici 

All'interno di questa sommaria divisione insistono casi eclatanti come quello del tartufo (tassato solo al 5%) e l'aliquota sul riscaldamento con gas che è al 22%, mentre quella  dell'elettricità al 10%, seppur questo ultimo tipo di riscaldamento elettrico offra un minore rendimento energetico.

Come prima cosa, quindi, l'IVA andrebbe rimodulata e semplificata  per agevolare il mercato e i consumatori.

Nel caso in cui si aumentasse quella "ordinaria" di un punto, passando dal 22 al 23%, gli introiti per lo Stato sono quantificati in 4.5 miliardi di euro. Prendendo per buona la possibilità di aumentare di un punto tutte le aliquote, con una domanda che storicamente potrebbe subire contrazioni dovute alla maggiore spesa, si arriverebbe ad incassare fino a 10-12 miliardi di euro annui in più.

Cifra da non trascurare, che secondo gli studi Prometeia graverebbero per circa 600 euro in più all'anno per famiglia, con un carico maggiore per i redditi dei single dai 18 ai 34 anni.

Per le imprese poi, è una partita contabile di giro, utilizzata, a volte, riconosciamolo, per  alimentare una effimera liquidità.

Un tale orientamento sarebbe sicuramente apprezzato dai mercati, con effetti positivi sullo spread.

Le strade da percorrere, nell'immediato futuro, per ridare tono all'economia e cercare di rientrare dai debiti acquisiti, sono sicuramente irte. 

Quella dell'IVA, se si prescinde da fissazioni politiche e da totem tutelati al di là del giusto a fini elettorali, può essere tenuta in considerazione, accompagnandola da una serena e semplice comunicazione verso l'opinione pubblica.