La Rivista
2019
N° 1 - 2 Gennaio - Giugno 2019
Editoriale
di Ercole P. Pellicanò
Cari Lettori, nel dare il bentornato dalle vacanze estive, premettiamo che, per motivi di carattere organizzativo ed editoriale, questo numero 1 di “Tempo Finanziario” coprirà, eccezionalmente, i primi sei mesi dell’anno.La necessità di concentrare la prima parte del 2019 ha dato l’opportunità di raccogliere numerosi articoli ed interventi, promossi direttamente o indirettamente dalla Testata, che hanno toccato argomenti di grande attualità, economica e politica.
Sovranismo e globalismo: dicotomia perenne
26/Marzo/2019
Attualità economiche sociali

dì Lorenzo Guidantoni

Senza entrare nell'ambito economico, in cui detti  termini trovano ampia argomentazione, limitiamoci, in questa sede, a trattare il tema su un piano socioculturale.

Partiamo da quanto accaduto, a Milano, lo scorso 18 marzo, durante il Cda del Teatro La Scala, relativamente all'ingresso nello stesso dell'Arabia Saudita. 

Il Principe Badr, ministro della Cultura a Ryad, avrebbe dovuto divenire membro del Cda del Teatro e, per questo, era già stata versata una quota al Teatro, successivamente restituita.

Contro tale ingresso, si sono schierati il capogruppo del Carroccio a Palazzo Marino, il leader della Lega, Matteo Salvini, e il Presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana.

Il motivo sta nel non credere che l'Arabia Saudita, con la sua cultura, avrebbe potuto portare un valore aggiunto alle programmazioni della Scala e nel volere che, dopo due stranieri, era ora di avere un Sovrintendete italiano alla Scala. Con questa ultima affermazione, ci si opponeva anche alla nomina di Alexander Pereira, in pole per tale posizione.

A farla breve, ad oggi, il Sovrintendente ancora non viene nominato e l'ingresso dell'Arabia Saudita nel Cda è sfumato.

Dunque, si parte da qui per una riflessione più ampia: un ventennio dopo gli anni 2000, in un Paese democratico, è credibile e ammissibile una discussione di questo tipo?

Evidentemente si, dato che c'è stata e vista la conclusione della vicenda. E allora ci chiediamo perché, come e quando si è arrivati a tanto?

Un sovranismo, storicamente  noto al nostro Paese, ma oramai creduto superato, che si oppone a quella libertà culturale e a quella apertura all'altro, di cui tanto si è argomentato negli studi sociologici degli ultimi decenni.

La contrapposizione attuale, e forse onnipresente nella storia dell'uomo, è quella tra cooperazione e dominio, tra bene comune e individualismo, tra democrazia e totalitarismo. Per dirla in termini moderni, tra sovranismo e globalismo, per l'appunto.

Viviamo un momento storico, politico e sociale diviso tra una visione in cui le diseguaglianze sono viste come un male da evitare, in quanto portatore di novità che intacca la "normalità", impoverendola e privandola della sua unicità. E un'altra visione, per la quale tali diseguaglianze sono, invece, un bene, un valore aggiunto, un plus alla "normalità", oramai, stanca e vecchia. Le diversità, secondo alcuni, arricchiscono, non impoveriscono, aprono la mente alle nuove culture e ai nuovi saperi.

Il globalismo vuole creare una società mondiale multiculturale senza limiti e confini, in cui le diverse culture si annientino, i diversi linguaggi spariscano, le caratteristiche peculiari di ognuna vengano meno.

 Il Sovranismo, dall'altra parte,  vuole  essere garante delle identità di ogni luogo, di ogni popolo, di ogni terra, valorizzandone le specificità e i tratti caratteristici che la contraddistinguono. 

Accettare, oggi, un sovranismo incondizionato vorrebbe dire tornare al passato, chiudersi in una realtà falsata, non più presente e impossibile da riavere. Credere, pretendere un'italianità  assoluta è utopia pura, sarebbe una follia delirante dell'era moderna. Ciò che, invece, si potrebbe perseguire è una sana commistione di questi due concetti, una pacifica e corretta convivenza, che non tolga spazi a nessuno e che rispetti le radici di ognuno.

Dunque, non una pretesa di isolazionismo o di uno spirito meramente identitario, bensì sarebbe opportuno farsi fautori di una cultura conscia delle influenze esterne ed interne appartenenti a gruppi minoritari a cui siamo naturalmente soggetti.

Siamo convinti che le diversità, vissute in un dialogo tra culture, possano accrescere e agevolare l'evoluzione delle stesse, sottoponendole ad un continuo mutamento, preservandone, però, quell'io che le contraddistingue.

Realisticamente, comunque, dobbiamo osservare che quanto sopra esposto, e che è fortemente da auspicare, è attuabile in un contesto mondiale in cui vengano meno i profondi  squilibri economici e sociali, oggi esistenti.