La Rivista
2019
N° 3 - 4 Luglio - Dicembre 2019
Hammamet un punto sulla storia.
24/Gennaio/2020
Cultura

dì Lorenzo Guidantoni

La riabilitazione politica di Craxi arriva dopo venti anni dalla sua morte, con il parziale assolvimento di un'opinione pubblica lenta nel formulare giudizi così come lo sono sempre stati i suoi tribunali.

Quanto emerso dai dibattiti social, da articoli e interviste nei giorni successivi all'uscita del film di Gianni Amelio "Hammmet", è sintetizzabile nel conflitto, anche generazionale, fra nostalgici e realisti; una contrapposizione che si risolve solo nell'impietosa analisi verso l'attuale panorama politico.

Il sospiro delle opposte fazioni in chiassosa riflessione sopra la tomba del fu Bettino,  suona come la rassegnata profezia di Madame de Pompadur su Luigi XV: "dopo di lui il diluvio".

Il compromesso verso il quale si sta convergendo è quello che vede Benedetto Craxi come parte di un sistema di corruttela diffuso, il quale, una volta scoperchiato – o arrivato a consunzione? -  trovò nella figura del Segretario Socialista il bersaglio più grosso e vulnerabile, unico obiettivo degno di bastonatura, e linfa nella sua battaglia finale oltre Mediterraneo.

Mancanza di leader capaci di governare le pluralità, elettorati frammentati in tanti micropartiti. Tale sensazione di sfaldamento, scarsa solidità e direzione, rafforzata nella fresca, grottesca celebrazione del PD di un leader quale Luigi Di Maio, ha messo in moto un pericoloso processo di nostalgia al limite del revisionismo, sul quale è bene fissare dei punti fermi, soprattutto per le generazioni future che dovranno ben guardarsi dal commettere errori già compiuti.

Partire dall'attore protagonista di questa storia, quel Craxi consegnato ai posteri come l'uomo di Sigonella, del "no" agli Stati Uniti e di un futuro "nel limbo" per il Paese che entra in Europa, rimanda all'antica fascinazione dell'italiano verso "l'uomo forte", confermata dalla recente indagine del Censis.

Bettino Craxi è il simbolo di un'epoca bulimica di vita, sesso, cibo, lusso: gli anni ottanta italiani, più volte celebrati e presi ad esempio della wastefull expenditure nostrana.

Nelle difficoltà di giudicare il passato, e ancora di più uno dei suoi protagonisti, per non cadere nella trappola di qualche bias, nella distorsione emotivo – storica  pur comprensibile per chi ha attraversato parte del 900', è quindi doveroso inquadrare il periodo entro i suoi limiti.

Ciò che l'Italia ha vissuto a partire dal 1980 fino al 1991 è stato un secondo, più effimero boom economico, che poggia su tre cardini e un  principio: il ciclo economico internazionale favorevole; "il muro" che ci vedeva in una posizione strategica per gli interessi delle super potenze Usa – Urss;  l'avanzamento tecnologico moderato e lento, con il quale la produttività e il mondo del lavoro venivano favorite e non stravolte.

Il principio di fondo invece, è più facilmente  riscontrabile nei numeri: quasi un terzo del debito pubblico, oltre il 40% di quel 133%, viene accumulato fra 1979 e 1991.

In questa festa generale, dove la spesa dello Stato superava ampiamente il guadagno dei suoi cittadini, attorno al sistema tangentopoli gira la base di appalti gonfiati, assunzioni facili, dispersione delle risorse nella macchina burocratica, divenuta sempre più complessa e bisognosa di essere "oliata" per rigenerarsi e prosperare.

Tale impianto ha permesso di dare una fetta di torta praticamente a tutti e, in eredità agli italiani, risparmi fra i più voluminosi del panorama mondiale; denari che oggi vengono erosi nel complesso di una economia in stagnazione, laddove non sia in recessione, ormai da più di un decennio.

Altresì, parlare dei limiti oggi imposti dal debito, nel necessario, costante "taglio alla spesa", mai praticamente attuata, nel blocco del turn over per il pubblico impiego, fino all'alleggerimento della mostruosa burocrazia, senza guardare a quel decennio come la miccia della bomba su cui oggi sediamo, sarebbe storicamente errato e umanamente stupido.

"Hammamet" è un film tecnicamente discutibile e forse poco valido, ma può essere punto di partenza per l'analisi oggettiva di una storia senza pace, così come lo è il corpo degli uomini capaci di scriverla,  spesso presi a bersaglio, prima e dopo la morte, per dimenticare un contesto che ci chiama in causa ancora troppo da vicino.