La Rivista
2019
N° 1 - 2 Gennaio - Giugno 2019
Editoriale
di Ercole P. Pellicanò
Cari Lettori, nel dare il bentornato dalle vacanze estive, premettiamo che, per motivi di carattere organizzativo ed editoriale, questo numero 1 di “Tempo Finanziario” coprirà, eccezionalmente, i primi sei mesi dell’anno.La necessità di concentrare la prima parte del 2019 ha dato l’opportunità di raccogliere numerosi articoli ed interventi, promossi direttamente o indirettamente dalla Testata, che hanno toccato argomenti di grande attualità, economica e politica.
Mettiamo un punto sullo spread
22/Ottobre/2018
Politica Economica

di Lorenzo Guidantoni

Nel 2017 l'Italia ha avuto la spesa per interessi sul debito più alta d'Europa, con 65.6 miliardi di euro.
In questa voce di bilancio superiamo sia la Francia (39 mld), che la Germania (34 mld) e la Spagna (29,1 mld). Non essendo previste medaglie per questo triste primato, ed in virtù del peso specifico tali cifre sulla capacità di applicare riforme da parte di uno Stato, facciamo il punto su cosa significhi avere uno spread elevato (ad oggi, ancora intorno ai 300 punti).
Innanzitutto, cos'è lo spread? Esso è la differenza tra gli interessi pagati sui titoli di Stato italiani con scadenza a dieci anni e quelli pagati dai Bund tedeschi, dello stesso periodo, presi a riferimento perché più bassi. Ad ogni aumento di questo differenziale lo Stato italiano pagherà più interessi sui soldi in prestito (appunto attraverso l'emissione di obbligazioni di Stato) per finanziare le proprie attività.
Le banche italiane hanno in pancia una quantità di BTP che si aggira sui 383 miliardi di euro e, ovviamente, risentono delle variazioni negative sullo spread. Il fatto che lo spread si alzi, non significa che il mercato si aspetti un crollo dell'Italia e che i BTP non vengano rimborsati alla scadenza al loro valore nominale, ma che rischino di scontare potenziali perdite nel caso in cui gli istituti volessero rivenderli sul mercato secondario, prima della scadenza, a prezzi più bassi. A seguito del costo del denaro, il tasso di interesse richiesto dalle banche per il credito erogabile ad aziende e privati sale di conseguenza, con ricadute sulla "vita reale", sugli investimenti, e sulla capacità di gestione di un'impresa.
Discorso differente per i mutui, dove l'indice seguito è l'Euribor "Euro Interbank Offered Rate", ossia un tasso medio a cui avvengono le transazioni finanziarie in Europa. Una crisi del sistema bancario italiano indurrebbe, ovviamente, ad un rialzo dello stesso, anche se ciò ancora non è avvenuto.
Da sottolineare, altresì, che in Borsa, a partire dal 31 luglio 2018, UBI abbia perso il 15%, Intesa San Paolo il 18%, Unicredit il 19% e Poste Italiane il 20%.
Queste dinamiche che, come abbiamo visto, hanno un effetto importante sull'economia reale, non sono di poco conto nemmeno sulla capacità di manovra di un esecutivo che sta cercando, tramite ambiziose prospettive di crescita, di fare crescere la spesa per gli investimenti, in un circolo virtuoso teso ad aumentare il PIL, l'occupazione, e la capacità di welfare.
Essendo lo spread soggetto a variazioni basate su indici ma, soprattutto, sulle linee programmatiche, politiche ed economiche preannunciate e dettate degli esecutivi nazionali, la scelta di affrontare un periodo di complesse riforme con una comunicazione aggressiva o percepita tale dai mercati, non aiuta l'attuazione delle stesse. A testimonianza di questa situazione, registriamo le realistiche parole del Ministro Paolo Savona, il quale ha espresso recentemente la necessità di rivedere il DEF nel caso di uno spread costantemente superiore alle soglie consuete. A queste parole di buon senso si contrappongono posizioni muscolari , trincerate dietro la presenza costante di un popolo che chiede e che ha votato, unite alla minaccia che l'attuale burocrazia europea sarà spazzata via con le elezioni di maggio 2019.
Non è difficile pensare che questa classe dirigente, al potere oggi, per evitare di essere spazzata via domani, potrebbe muovere delle leve a sua difesa, che finiscono per penalizzare pesantemente il nostro Paese, già da domani. Ipotizziamo soltanto che se dietro questa azione di difesa ci sia l'obiettivo di far alzare lo spread sopra i 400 punti, come si porrebbe l'attuale Governo? L'esperienza dell'ultimo Governo Berlusconi, crollato sull'altare di uno spread intorno a quel livello, dovrebbe far riflettere.
Come suggerito da Mario Draghi, il silenzio, forse, in questo momento, farebbe bene al Paese, data la situazione tesa. Forzare la mano sul rapporto fra deficit/Pil , senza la necessaria rete di sostegno all'iniziativa da parte di altri Paesi europei, rischia di portare l'Italia ad un attacco frontale con l'Unione Europea, su un terreno, quello dei mercati, che rischia di essere fatale per l'applicazione di qualsiasi riforma strutturale o di rilancio che, è bene ricordarlo, ha sempre un costo iniziale per le casse dello Stato.
Forse si è voluto fare appello a Sun Tzu e all'Arte della Guerra, secondo cui "in ogni conflitto le manovre regolari portano allo scontro, e quelle imprevedibili alla vittoria" ma, tradizionalmente, ogni Generale sa che le battaglie si vincono calcolando il rapporto fra tre equilibri: la forza dell'avversario, quella della propria armata e la scelta del terreno su cui si decidono le sorti dell'incontro.