La Rivista
2019
N° 3 - 4 Luglio - Dicembre 2019
Fintech e banche: amici o nemici?
05/Ottobre/2020
Attualità

di Alfonso De Lucia Lumeno

Una convivenza forzata

Possono vecchio e nuovo coesistere e andare d'accordo? Forse sì, forse no. Il patto imprescindibile è che il vecchio abbia capacità di innovarsi e andare allo stesso passo del nuovo che avanza e rischia di soppiantarlo. Più o meno quello che sta succedendo tra le banche – con un tipo di finanza tradizionale destinata  oramai alla perenne rincorsa – e le fintech. Sarebbe futile tentare di contrastare questa rivoluzione. Soprattutto in un momento in cui si sta progressivamente venendo meno una delle due principali componenti di chi fa intermediazione finanziaria, il front office.

La cosiddetta prima linea, quella più a stretto contatto con le persone, è la porzione bancaria più a rischio, visto che le fintech mirano prevalentemente a soppiantare proprio le tipiche operazioni "di sportello". Un esempio sono i pagamenti: ormai il grosso viene fatto da tablet, smartphone e pc. Gi stessi istituti di credito se ne sono accorti, ridimensionando gli sportelli e adottando soluzioni tendenzialmente homemade. A conti fatti il messaggio è piuttosto chiaro: non c'è nessuna guerra da combattere, perché lo scontro sarebbe già perso in partenza. Non è possibile fermare l'innovazione; sarebbe come fermare un fiume con le mani. Vincere, per le banche, vuol dire sopravvivere. E per sopravvivere bisogna sapersi adattare e saper convivere.

E' fuori di dubbio dunque che le banche non possono ignorare il fintech. Cioè non si può nascondere la testa sotto la sabbia e ignorare la crescente automazione dei processi, delle operazioni, delle transazioni. La realtà odierna vede sportelli bancari vuoti che non servono più nessun cliente.

Se non puoi battere il nemico, quindi, meglio allearsi. Le banche sembrano averlo compreso. Secondo un recente rapporto di Citigroup, gli istituti finanziari dichiarano che i loro guadagni sono stati intaccati solo dall'1% grazie alle economie di scala e al forte rapporto con la clientela acquisita negli anni. Pertanto, alcuni hanno iniziato ad aprire dei dipartimenti fintech al loro interno, in modo da riuscire a rinnovare il proprio modello di business prima che le start up raggiungano a loro volta economie di scala.

Nei Paesi emergenti vi sono ottime possibilità di crescita per queste start up, grazie ai fattori strutturali di queste economie. Infatti, l'alta percentuale di popolazione a cui è preclusa l'accesso dai circuiti finanziari canonici, lo scarso livello di penetrazione bancaria, ma al contempo l'alta incidenza di telefoni cellulari, rendono i Paesi ultra popolosi un bacino di risorse per il mercato fintech, essendo meno vincolati dai sistemi preesistenti.

Tornando al rapporto tra banche e fintech, il fatto cruciale è che quell'1% presto crescerà. Prendiamo in considerazione gli Stati Uniti: oggi si tratta di una frazione non elevatissima di un mercato che vale nel complesso 850 miliardi di dollari. Ma nel giro di pochi anni le cose cambieranno. Nel 2023 si prevede che il fatturato complessivo toccherà i 1.200 miliardi e la quota fintech nel sistema bancario sarà pari al 17%. "Europa e Stati Uniti non hanno ancora raggiunto il punto di non ritorno", si legge nell'analisi di Citigroup. Ma questa fase di passaggio "non durerà a lungo, perché siamo ancora ai primi passi", sottolinea il report. A questo punto non si può fare a meno di porsi una domanda: saranno più veloci le banche americane ed europee ad abbracciare l'innovazione oppure saranno più rapide le concorrenti fintech  a scalare posizioni? Oltreoceano, a quanto pare, è il fitnech a viaggiare a ritmi più sostenuti, Anche perché pare aver trovato un alleato prezioso. Donald Trump.                                                                   Ha scritto Roberto Lorini, a capo della divisione Fintech di Pwc: "Il fatto che le normative non rappresentino più una barriera di ingresso a nuovi entranti nel mercato non comporta necessariamente una smantellamento del sistema. Significa però certamente che gli operatori tradizionali devono fare delle scelte strategiche di posizionamento, analizzare e valutare nuovi modelli di business ed avviare coerentemente un percorso di innovazione che deve attraversare tutti gli aspetti core dell'azienda: cultura, modello di servizio, canali, processi e tecnologie."

Cambiare per non morire

Ricapitolando, per la finanza così come è stata concepita finora, è e sarà impossibile arrestare il fenomeno tecno finanza. Tuttavia, una convivenza è possibile. A patto che la vecchia finanza sappia cogliere il senso del cambiamento.

Roberto Nicastro, banchiere, ex numero due di Unicredit e oggi a capo del prino think-tank italiano dedicato al fintech, ha pochi dubbi: "Se la domanda è ‘che ne sarà delle banche' io dico che le banche non moriranno domani o tra un mese per mano del fintech. La disruption è ineluttabile  e profondissima ma ha i suoi tempi. Basti pensare che PayPal , pioniere delle Fintech Startups, è stata fondata 20 anni fa, non certo 20 mesi fa."[1] In altre parole, il processo è irreversibile ma non sarà così veloce come si pensa. Ma sarà comunque pur sempre irreversibile.

"Cambierà, anzi sta già cambiando, il modo di fare banca, con tanti piccoli operatori specialistici (start up ma non solo) che piano piano impongono un nuovo modo di offrire servizi finanziarie di rapportarsi con la clientela. A questo punto l'istituto di credito ha due alternative  - ammette Nicastro – o si adegua, facendosi ricettore e spesso anche promotore dei cambiamenti in atto, oppure soccombe." Non c'è spazio all'immaginazione, insomma. Perché "chi perde sono sicuramente quelle banche che non si muovono o quelle che seguono le sole innovazioni di vetrina", chiarisce Nicastro. "In realtà l'acquisizione di nuovi clienti è una sfida spesso titanica per le fintech. Le banche dal canto loro i clienti ce l'hanno già ma devono superare parecchi ostacoli: possibile cannibalizzazione nel breve di margini peraltro non sostenibili nel tempo, necessità di rivedere radicalmente i propri modelli di business, sistemi informativi legacy spesso rigidi e stratificati, culture e competenze diffuse non sempre aggiornate, vincoli alla flessibilità del lavoro, ecc. ecc." Ma sia chiaro: "Dove questi vincoli si superano e si realizzano efficaci alleanza tra banche e fintech, la combinazione è imbattibile."

Fintech e  tecnologia applicata alla finanza sono dunque una grande opportunità per il settore  e per il sistema più in generale. All'interno del settore bancario molti guardano alle fintech in modo negativo: gli operatori che arrivano non rispettano le regole del settore, non hanno una base di ricavi preesistente. Ora però l'atteggiamento sta cambiando, perché si comincia a percepire che le fintech sono un'opportunità. Tanto per cominciare nascono e vivono per l'innovazione, sono di per sé stesse e per definizione digitali e mobili e portano stimoli ai mercati finanziari. Nascono sui big data e gli analytics, vivono di efficienza e agilità. Una fintech pone abitualmente la customer experience nel cuore delle proprie attività e non da ultimo, rispetto a chi fa banca, sono tendenzialmente  focalizzate e specializzate. Fanno una cosa e la fanno bene.

Quindi, in sintesi, le fintech sono disruptive o pericolose? Forse, ma la cosa importante è coglierle come opportunità, come un fortissimo stimolo a migliorare e ad essere focalizzati. Una delle migliori sintesi sulla vicenda l'ha espressa alcuni anni fa Paolo Bertoluzzo (all'epoca amministratore delegato di Icbpi) in un'audizione alla Commissione Finanza della Camera:"Che cos'ha una fintech da invidiare a una banca? Dimensione, capacità di investimento, accesso al mercato, custode base. Che cos'ha una fintech che una banca invidia? Competenza digitale, focalizzazione, velocità di esecuzione. Saper unire bene questi due mondi crea un valore straordinario per l'intero sistema."

La strada della partnership

Come può tradursi nella pratica tutto questo? In un'alleanza tra vecchia e nuova finanza. La strada più scontata ma anche l'unica percorribile Secondo uno studio targato Pwc[2], la grande maggioranza delle banche mondiali, compagnie assicurative e consulenti finanziari intende incrementarla partnership con le aziende fintech nei prossimi 3-5 anni, con un Roi (Return to investment) medio atteso pari al 20% sui progetti d'innovazione.

C'è poco spazio per l'immaginazione. Il report, basato su un sondaggio effettuato sul oltre 1.300 intervistati in tutto il mondo, mostra chiari segnali del coinvolgimento dell'innovazione nella finanza. Un fattore determinante dietro queste partnership è il timore dilagante nel settore che i ricavi siano a rischio a favore delle fintech indipendenti: l'88% lo considera una vera minaccia (contro l'83% del 2016). In media, si ritiene che fino al 25% circa dei ricavi possa essere a rischio.

Emerge, dunque, un'intesa reciproca tra le parti: le start up fintech richiedono l'accesso ai capitali e ai clienti forniti dai protagonisti attuali e allo stesso tempo le grandi società finanziarie stanno iniziando a capire come le fintech potrebbero essere la chiave per superare finalmente le problematiche in termini di legacy tecnologica e comunicazione con il cliente.

E l'Italia? Lo studio di Pwc ha coinvolto anche venti aziende italiane. Dal sondaggio è emerso che anche nel Belpaese l'80% delle banche è preoccupato dagli sviluppi del fintech e pensa di aumentare le partnership con le società di questo specifico settore nei prossimi 3-5 anni. Tuttavia, i ritorni previsti da queste collaborazioni sono inferiori rispetto alle attese degli operatori esteri (10% contro 20%) e solo il 36% degli interpellati (il 56% a livello globale) sono propensi a investire in risorse interne per l'innovazione. Gli investimenti in tecnologie che possono aiutare a ridurre il gap vengono invece abbracciate in Italia in misura anche superiore rispetto al contesto mondiale.

Concetto ribadito anche nell'ultimo World Retail Banking Report elaborato da Capgemini ed Efma (European Financial Management Association)[3], dove il messaggio è il seguente: la collaborazione tra gli istituti di credito e le fintech è la chiave per il futuro del banking.

Il tandem tra banche e fintech può dunque guidare l'evoluzione verso nuovi servizi innovativi e personalizzati, in grado di generare nuovi flussi di ricavi e maggiore valore. E il dato più rilevante, entrambi gli attori credono in questa prospettiva: la maggioranza delle società dedite all'innovazione finanziaria (53,8%) e un'ampia parte degli istituti di credito (43,5%) prevede infatti un futuro basato sulla collaborazione per costruire piattaforme comuni che includano più settori, con servizi complementari e collegati tra di loro, in grado di offrire benefici ai clienti.


[1] http://www.startmag.it/fintech/perche-col-fintech-vince-cliente-perde-la-banca

[2] http://www.pwc.com/gx/en/industries/financial-services/assets/pwc-fintech-exec-summary.pdf

[3] https://www.worldretailbankingreport.com/#report-highlights