La Rivista
2019
N° 1 - 2 Gennaio - Giugno 2019
Editoriale
di Ercole P. Pellicanò
Cari Lettori, nel dare il bentornato dalle vacanze estive, premettiamo che, per motivi di carattere organizzativo ed editoriale, questo numero 1 di “Tempo Finanziario” coprirà, eccezionalmente, i primi sei mesi dell’anno.La necessità di concentrare la prima parte del 2019 ha dato l’opportunità di raccogliere numerosi articoli ed interventi, promossi direttamente o indirettamente dalla Testata, che hanno toccato argomenti di grande attualità, economica e politica.
Tante crisi, troppe incertezze
04/Dicembre/2019
Attualità economiche sociali

dì Lorenzo Guidantoni

Il destino dei 10.700 lavoratori ILVA (più tutto un indotto) è ancora incerto, appeso alle decisioni di una politica conflittuale, confusa, scarsamente coraggiosa, la stessa che continua a drogare Alitalia con investimenti "a perdere", oltre 1650 milioni di euro negli ultimi 32 mesi, dopo due liquidazioni e la messa a punto di un ennesimo bando di gara.

C'è il caso Autostrade da risolvere, ma anche quello di più modeste realtà quali Pernigotti  ed Alcoa, insieme a migliaia di piccole aziende in difficoltà. 

Si palesa nei suoi disastri un sistema infrastrutturale fragile, da rendicontare dopo 50 anni, laddove non si richiedano - e sono richieste - nuove opere per ammodernare il Paese, renderlo più veloce, sicuro, efficiente, attrattivo per gli investitori stranieri.

In questo senso, gli ultimi dati sul turismo ci dicono che il Nord, particolarmente negli ultimi 15 anni, ha ricevuto più visite del Sud anche per le difficoltà di raggiungere il tacco o la punta dello stivale, con tempistiche che scoraggiano il più volenteroso globetrotter. 

Tornando ai numerosi dossier non chiusi - e ai nuovi che si aprono causa stagnazione, se non crisi - prima delle diatribe sui tecnicismi a complicare le cose ci si mette una politica litigiosa, capace di dissolvere il dibattito sulla linea industriale del Paese con l'accanimento mediatico verso i singoli episodi, ricorrendo a soluzioni in extremis o passando la palla all'esecutivo successivo.

Sembra mancare un'idea di futuro a questa terza repubblica nata nel segno di una nuova , presunta rivoluzione culturale, esaurita in un "vivacchio" di amletica memoria.

Il tempo del "poi si vedrà" è finito, accerchiato dalle stringenti richieste dell'Europa e da un mondo globalizzato nel quale non sono più contemplati giochi e sponde, nell'ambito di una politica internazionale governata dalle dinamiche di mercato e dal peso specifico delle multinazionali, con la conseguente scomparsa dei Kissinger di turno. 

Bisogna preparare (e siamo già in ritardo) un piano per il futuro ad una sola direzione, con l'impegno alla coerenza ed al coraggio, per scelte che mai accontenteranno tutti nell'immediato, ma vanno pensate per il bene della collettività.

Collettività intesa come "benessere per la maggioranza", oggi ribaltata nei rapporti di forza fra giovani ed anziani, con la politica affannosamente impegnata a cercare  un proprio piccolo elettorato, tutta spesa nella retorica novecentesca del "popolo e del padrone", o nascosta dietro a bersagli facili, buoni per il pasto dell'opinione pubblica (v. pensioni d'oro), ma del tutto inefficaci sul piano concreto.

Servono competenza, comunione d'intenti, coraggio e maturazione dell'opinione pubblica. La democrazia nasce per questo motivo: quando ci si arrocca o si delega, il lato oscuro di tale sistema si trasforma in pantano per ogni componente economica, produttiva, sociale. A quel punto non si vivacchia più.