La Rivista
2019
N° 3 - 4 Luglio - Dicembre 2019
L'Europa degli interessi.
23/Aprile/2020
Attualità economiche sociali

dì Lorenzo Guidantoni

Lo stallo alla messicana fra i vari Paesi europei non potrà durare a lungo. 

La crisi economica collegata allo stato pandemico ancora attualissimo, pone di fronte ai vertici governativi un problema di ordine politico e sociale che si scontra con egoismi nazionali, forieri di conseguenze disastrose per la tenuta dell'Unione.

Siamo un Paese che ha vissuto a lungo sopra le proprie possibilità, collezionando errori politici e imprenditoriali mastodontici, per un treno dell'innovazione salutato troppo spesso con indifferenza dalle nostre piccole botteghe, vantando al contempo il triste primato dell'evasione fiscale e di una economia sommersa superiore ai 200 miliardi di euro. 

Queste e altre dinamiche, per le quali non basterebbero collane di libri, hanno comportato la crescita di un debito pubblico monstre, fra i più importanti al mondo. 

Nel post pandemia, secondo le stime, arriveremo fra il 160 e il 170% del PIL; la disoccupazione aumenterà in maniera esponenziale - seppur ancora con numeri incerti - e l'ammanco per le casse dello Stato è stato calcolato intorno ai 100 miliardi di euro.

Metaforicamente, l'Italia avrebbe già un piede sulla balaustra, pronta a lanciarsi nel vuoto. Ciò detto, facciamo parte di una famiglia, l'Europa, che ha teso una rete di protezione più che simbolica e, fino a oggi, decisiva: il QE della BCE, i fondi BEI, il programma SURE. Quanto messo in campo, però, non basta: siamo un corpo da centinaia di kilogrammi e il "volo" non sarebbe certo attutito da quanto disposto fin qui.

Nelle trame di questa rete si trova il motivo del contendere: se "nessuno si salva da solo", con una falsità filosofica divenuta stucchevole retorica, c'è chi è più forte di altri e vuole prendere la propria strada senza pesi sulle spalle. D'altro canto, ciò che lo ha reso forte, però, è sostanzialmente l'unione di intenti di ieri, dalla quale, oggi, vuole sottrarsi.

La situazione odierna trova le principali economie europee con un indebitamento pubblico sostenibile, a fronte di quello privato schizzato alle stelle negli ultimi decenni. 

Famiglie olandesi, francesi, belga, spagnole e irlandesi sono esposte in maniera nettamente superiore alla nostra, avendo accumulato finanziamenti e mutui che hanno favorito la crescita economica, in un contesto europeo che ne ha indubbiamente agevolato la sostenibilità.

In Italia abbiamo una ricchezza privata, esclusi gli immobili, che è di circa 3.900 miliardi di euro: quasi il doppio del debito pubblico. Per questo motivo, i cosiddetti "falchi" pretendono che a salvarci, oltre un certo limite, dovremo essere noi stessi.

A tale giusta osservazione, numeri alla mano si può però rispondere che il nostro processo di risparmio e sviluppo ha subito, da decenni, un brusco rallentamento dovuto (anche) a un matrimonio europeo non certo esaltante. Primo fra tutti c'è l'aspetto di una disparità fiscale con la quale alcuni governi hanno avuto mano libera per agevolare il credito e la spesa, mentre altri hanno dovuto stringere la cintura e prendere tempo in attesa di non si sa quale Godot.

Senza la prospettiva dei coronabond, ovvero un debito comune europeo che garantisca lo stesso numero di cartucce a ogni nazione, l'Italia andrà inevitabilmente a scontrarsi con le regole del deficit fin quì, bene o male, seguite alla lettera.

D'altro canto, se l'Europa abbandonerà i vari paesi al proprio destino, con la coscienza ripulita in un brodino caldo sempre più indigeribile, la sua essenza verrà meno. A quel punto, nulla impedirà ai sovranismi nazionali di tornare a galla e chiedere a turno l'uscita da Bruxelles, nella più classica dinamica sociale frutto della disperazione: "tanto peggio, tanto meglio".

Salvare l'Europa conviene a tutti ma i sacrifici, essendo un matrimonio, vanno condivisi. 

L'Italia deve ripagare il debito pubblico e attivarsi per farlo senza castrare la propria crescita, dalla quale dipende anche la sua capacità di rientro.

Gli altri Paesi europei, Olanda in testa – paese, questo, che continua a trarre vantaggi consistenti dallo squilibrio fiscale -  dovrebbero comprendere che l'accumulo di finanziamenti privati, in grado di favorire uno sviluppo ben superiore alle nostre tristi percentuali, sono il frutto maturo di un patto comune che oggi, più che mai, sembra a rischio, con conseguenze catastrofiche per tutti.