La Rivista
2019
N° 1 - 2 Gennaio - Giugno 2019
Editoriale
di Ercole P. Pellicanò
Cari Lettori, nel dare il bentornato dalle vacanze estive, premettiamo che, per motivi di carattere organizzativo ed editoriale, questo numero 1 di “Tempo Finanziario” coprirà, eccezionalmente, i primi sei mesi dell’anno.La necessità di concentrare la prima parte del 2019 ha dato l’opportunità di raccogliere numerosi articoli ed interventi, promossi direttamente o indirettamente dalla Testata, che hanno toccato argomenti di grande attualità, economica e politica.
Le disuguaglianze confliggono con la sostenibilità della crescita
16/Gennaio/2020
Attualità economiche sociali

di Lorenzo Guidantoni

In un interessante articolo apparso su "Il Sole 24 Ore" dell'11 gennaio, il Premio Nobel per l'Economia, Micheal Spence, fa mea culpa per non essere riuscito ad immaginare le ampie dinamiche dell'economia globale odierna, con le criticità strettamente connesse ai problemi ambientali e di sostenibilità della crescita.

Il Premio Nobel assicura che l'epopea d'oro, sociale ed economica, iniziata nel secondo Novecento, sarà difficilmente ripetibile. 

Questo straordinario sviluppo ha però anche comportato differenti  e repentini cambi di passo nei processi di produzione, negli equilibri politici, negli ordini sociali, in una dinamica accelerata ulteriormente da tecnologia e digitalizzazione.

Con una popolazione crescente e risorse sempre più limitate, paesi poveri sono divenuti ricchi (almeno entro la cerchia di piccole oligarchie), e nazioni già opulente si sono arroccate a difesa del loro stile di vita.

Volgarizzando il concetto espresso, sul tema ambientale è come se Micheal Spence ridesse e piangesse allo stesso tempo, conscio che intorno al tavolo dello sviluppo sostenibile e della difesa dai cambiamenti climatici, oggi ci siano troppi ospiti, ognuno dei quali presenta differenti ed inconciliabili necessità.

L'immobilismo sul tema ambientale profetizzato da Spence trova riscontro nei numeri: alla diminuzione dei gas serra del 7,5% richiesta dagli scienziati, corrisponde un aumento del +2.5% annuo, causato in particolar modo dai BRIC, le economie emergenti del Sud America e dell'Asia.

Altresì, la globalizzazione e la crescita economica, affidata sempre più al capitalismo di mercato, hanno creato negli anni disuguaglianze crescenti fra le classi sociali degli stessi Paesi, con una distorsione dei meccanismi di produzione e nella distribuzione delle ricchezze. Ciò si è riflesso sul mondo della politica e sulle scelte decisionali, generando società polarizzate e scarso ricambio ai vertici.

La domanda che si fa Spence è la seguente: come possono i vertici politici e delle imprese, ossia coloro che traggono maggiori benefici da tale sistema produttivo - e ricoprono ruoli decisionali sul clima - cambiare un trend nel quale si rendono necessarie scelte immediatamente scomode per le classi sociali più agiate?

Per uno sviluppo davvero sostenibile servono sacrifici. L'Occidente ha dimenticato e rifiuta il significato di tale parola; le economie emergenti si affacciano soltanto adesso al nostro modello di benessere. Si, ma che fine farà il pianeta? 

Non avendo risposte certe e solo qualche indizio, Micheal Spence si augura di restare nuovamente sorpreso dalle capacità umane. Anche se le sue premesse tradiscono un certo pessimismo di fondo, difficilmente contestabile davanti agli studi più autorevoli sul clima e al tempo che ci rimane.