La Rivista
2019
N° 1 - 2 Gennaio - Giugno 2019
Editoriale
di Ercole P. Pellicanò
Cari Lettori, nel dare il bentornato dalle vacanze estive, premettiamo che, per motivi di carattere organizzativo ed editoriale, questo numero 1 di “Tempo Finanziario” coprirà, eccezionalmente, i primi sei mesi dell’anno.La necessità di concentrare la prima parte del 2019 ha dato l’opportunità di raccogliere numerosi articoli ed interventi, promossi direttamente o indirettamente dalla Testata, che hanno toccato argomenti di grande attualità, economica e politica.
Italia bloccata. Problema n.1: il debito pubblico
08/Gennaio/2020
Attualità economiche sociali

di Lorenzo Guidantoni

L'Italia, agli albori del 2020, appare sempre più stretta da una metaforica catena in cui ogni anello è connesso a quello successivo, alimentando una spirale di ansie, criticità e paure che trovano riscontro negli impietosi sondaggi a sfondo sociale, diffusi nell'ultimo periodo da Ipsos, Swg ed altri importanti centri di ricerca.

Se ogni anello presenta una sua specificità che andremo ad analizzare nel corso dei prossimi articoli, per dare subito il quadro complessivo di un Paese in crisi, partiamo dall'apice, con le difficoltà della finanza pubblica. Adesso seguono e si associano gli affanni delle imprese, la stagnazione di produttività e occupazione, e, a cascata, il riflesso negli aspetti sociali più rilevanti,  dal crollo della natalità alla fuga dei giovani, senza dimenticare i quotidiani episodi di razzismo e violenza che nutrono le sempre più corpose pagine di cronaca.

Nello specifico, in Italia il debito pubblico è prossimo a 2.500 miliardi di euro; le PMI, perno dell'economia, sono gravate da oneri fiscali, contributivi e burocratici pari al 65% del ricavato; l'occupazione  è ferma, da anni, fra il 10 ed il 12%, con il lavoro troppo spesso precario e la conseguente fuga dei giovani, laureati e non, verso l'estero (450 mila nell'ultimo anno).

In aggiunta a quanto su espresso e verificato nei numeri, la natalità è in calo di oltre 30 mila unità nel 2018 (439 mila neonati). Per un Paese che invecchia in  maniera incontrovertibile la Banca D'Italia ha calcolato che, fra venti anni, è previsto un crollo del PIL pari al 15%.

Il primo e più importante anello che tiene il Paese "al palo", riguarda la nostra sostenibilità finanziaria, ossia la capacità di spesa dei Governi entro i termini previsti dall'Europa nel deficit/PIL, e nella sostanza di un debito pubblico fra i primi 5 del mondo, pari al 135.2% del suddetto rapporto.

I numeri del passivo italiano comportano, all'ottobre 2019, un debito per cittadino calcolato in  40.868 euro. 

Ma questi famosi 2.500 miliardi sono la somma di due errori fondamentali (e colpevolmente sottovalutati): dalla stima sempre eccessivamente ottimistica della crescita del Paese, ad un preciso sistema di sviluppo economico e sociale basato su "pagherò" sfuggiti di mano ai Governi  fra gli anni 60 e 90 del secolo scorso.

Se si guarda al grafico storico del debito pubblico italiano, è infatti nel secondo e più effimero boom economico degli anni 80' che si registra la maggiore crescita percentuale del rapporto debito/PIL, passando dal 54.5% del 1980, al 94.8% del 1991, con un aumento irripetibile, seppur costante, fino ai giorni nostri, in cui si giunge al 134.7% del 2019.

Per tamponare il problema del debito pubblico ed aumentare la capacità di spesa dei governi, oltre che per scongiurare un seppur improbabile default dato il peso specifico dell'Italia, occorrerebbe una crescita annua del PIL a due cifre, associata ad un corposo calo della spesa pubblica, la diminuzione dell'economia sommersa e la stabilizzazione dello spread.

In questo intricato giro di ipotesi, torniamo alla figura della catena, stavolta fornita non dall'immaginazione dell'autore ma dalla più solida scienza dell'economia: se infatti un Paese non produce abbastanza ricchezza da dover limitare la propria spesa pubblica in termini di diritti (sanità, cultura, welfare), negli investimenti (infrastrutture),  avendo difficoltà nel pagamento degli interessi pregressi e nella spesa corrente, questo Paese vedrà inevitabilmente aumentare il proprio debito pubblico all'infinito. 

Quanto descritto è sostenibile fin tanto che tale anomalia sarà considerata male accettabile dalla finanza globale, la stessa che però ha già più volte mandato in default l'Argentina, economia dal peso specifico certamente inferiore, ma con un debito che non ha mai superato il 50% .

La sostenibilità finanziaria della nostra economia si palesa quindi come il primo vero anello della catena di criticità che ci avvolge e si traduce nelle crescenti preoccupazioni degli italiani riguardo al futuro.

 Nei prossimi giorni, sposteremo la lente di osservazione dal pubblico al privato, analizzando lo stato delle imprese italiane, strette in una battaglia quotidiana fra il complesso sistema fiscale, burocratico italiano e la concorrenza spietata nell'epoca della globalizzazione e dell'industria 4.0