La Rivista
2019
N° 1 - 2 Gennaio - Giugno 2019
Editoriale
di Ercole P. Pellicanò
Cari Lettori, nel dare il bentornato dalle vacanze estive, premettiamo che, per motivi di carattere organizzativo ed editoriale, questo numero 1 di “Tempo Finanziario” coprirà, eccezionalmente, i primi sei mesi dell’anno.La necessità di concentrare la prima parte del 2019 ha dato l’opportunità di raccogliere numerosi articoli ed interventi, promossi direttamente o indirettamente dalla Testata, che hanno toccato argomenti di grande attualità, economica e politica.
Europa: tante misure, poche certezze.
15/Aprile/2020
Attualità economiche sociali

dì Lorenzo Guidantoni

Il Quantitative Easing da 1.000 miliardi di euro avviato dalla BCE, a guida Christine Lagarde. 

200 miliardi di investimenti dalla BEI, 100 miliardi del programma SURE, mentre si continua a lavorare - con la forte determinazione di Italia e Francia - in un Eurogruppo sempre più diviso, per un fondo comune capace di dare sicurezze alla ripartenza economica tanto attesa.

Il Mes, al centro del dibattito degli ultimi giorni, offrirà una linea di credito autorizzata -senza condizionalità- solo per le spese sanitarie, ordinarie e straordinarie, dovute all'emergenza covid19.

Le carte dell'Europa sono in tavola ma ciò che ha in mano il virus rischia di non bastare per vincere la partita economica più importante degli ultimi decenni.

In questo senso, la tempistica per debellare il virus sarà decisiva. 

Il CSC (Centro Studi Confindustria)  prendendo a campione le società di capitali pari a 1/3 del PIL e al 55% degli occupati, ha calcolato che in uno scenario in cui la fine della pandemia avvenga in giugno – con una visione piuttosto ottimistica –per riparare al blocco della produzione e ripartire, a queste realtà servirebbero circa 30 miliardi di euro.

Se il covid19 fosse sconfitto solo in dicembre, la cifra raggiungerebbe gli 80 miliardi di euro.

Senza una moratoria sui prestiti, si salirebbe a 42 miliardi nel caso la pandemia si arrestasse in giugno e a 112 miliardi di euro se ciò avvenisse in dicembre.

A queste cifre monstre si aggiunga la necessaria spesa per il welfare, il reddito di emergenza e la Cig in deroga, con l'Italia che ha già investito oltre 700 miliardi di euro per far fronte a crisi sanitaria ed occupazionale.

Il quadro, pur senza scendere in dettagli tecnici, è abbastanza chiaro: ciò che l'Europa ha sin qui fatto – o può fare - non è abbastanza. Il ciclo produttivo deve riprendere o la moria di aziende sarà sempre più probabile. 

La decisione della Spagna e di altri Paesi di tuffarsi nella fase 2 nonostante le incognite ancora collegate al virus (mancanza di tamponi, persistenza del virus in aria, ruolo dei condizionatori, numero degli asintomatici etc.) è forse la risposta più eloquente alla reale efficacia delle risorse stanziate per fronteggiare la crisi.

Certo, gli eurobond cambierebbero tutto: condividere il debito dei prossimi anni con la garanzia dell'Europa, sarebbe decisivo per gestire al meglio l'emergenza e non costringere la ripresa della produzione, forzando i tempi in maniera grottesca e pericolosa.

La produzione dunque riprenderà, ma i consumi di una popolazione sostanzialmente intimorita e in isolamento - senza nemmeno avere, a detta degli scienziati, la possibilità di andare in spiaggia questa estate – subiranno una contrazione così forte da sbilanciare ogni equilibrio domanda/offerta.

Un problema dietro l'altro che segue lo studio del CSC da cui siamo partiti, nel quale, numeri alla mano, le risorse stanzia per tamponare l'emergenza coronavirus, non sembrano essere sufficienti.