La Rivista
2019
N° 3 - 4 Luglio - Dicembre 2019
Coronavirus: nulla sarà più come prima. Come cambierà la "normalità" dopo la pandemia.
06/Aprile/2020
Attualità economiche sociali

Di Mariana D'Ovidio

Gideon Lichfield, Direttore del  MIT Technology Review,  sostiene che siamo giunti ad un punto di non ritorno. Ciò vuol dire che la più comune domanda della maggior parte di noi, ossia "quando torneremo alla normalità?" può non avere risposta. O almeno non quella che vorremmo. Infatti, stando all'analisi diffusa da Lichfield, la normalità, così come l'abbiamo conosciuta e come la intendiamo, non tornerà mai più: la pandemia ha sconvolto il nostro modo di lavorare, di socializzare e di vivere in generale. Tornare indietro, a questo punto, è un'operazione impossibile. 

Il tutto è cominciato, almeno in Italia, circa un mese fa, con uno stop graduale ed un cambiamento progressivo della nostra quotidianità, per poi renderci conto che non sarebbe stato solo per  qualche giorno, né per qualche settimana. Questo stile di vita caratterizzerà molte altre nostre giornate, fino a quando non saremo usciti dallo stato di emergenza. Quanto ci vorrà? E chi può dirlo! L'epidemia in Cina, scoppiata a dicembre, vede ora la luce in fondo al tunnel, dopo applicazione di severe e rispettate misure restrittive. Ma, forse, la vera luce non si vedrà davvero fino a quando non sarà trovato un vaccino efficace. Ciò vuol dire che la crisi epidemica tornerà ad ondate e noi ci abitueremo ad essa, perché il nostro modus vivendi sarà cambiato e, con la resilienza tipica del più navigato dei camaleonti, si sarà adattato. Ci stiamo plasmando al Coronavirus, ci stiamo abituando a vivere e a stare bene, convivendo con il Covid19. Lichfield, ma con lui anche luminari sociologi e psicologi, afferma che i rapporti sociali cambieranno per sempre, anche quando le restrizioni delle misure di isolamento si allargheranno, in conseguenza della fine della crisi epidemica.  "Per fermare il coronavirus dovremo cambiare radicalmente quasi tutto ciò che facciamo: come lavoriamo, facciamo esercizio fisico, socializziamo, facciamo acquisti, gestiamo la nostra salute, educhiamo i nostri figli e ci prendiamo cura dei membri della nostra famiglia – scrive Lichfield – Vogliamo tutti che le cose tornino alla normalità rapidamente. Ma ciò che la maggior parte di noi probabilmente non ha ancora realizzato – e lo farà presto – è che le cose non torneranno alla normalità dopo alcune settimane o anche pochi mesi. Alcune cose non lo faranno mai".

Facciamo un passo alla volta, però. Quanto detto non vuol dire, ovviamente, che dovremmo restare per sempre chiusi in casa, ma che il lockdown non sarà di breve durata e che potrebbe tornare, a meno che non si trovi una misura preventiva efficace come un vaccino, per il quale, realisticamente, c'è ancora molto da attendere.

D'altronde finché qualcuno nel mondo avrà  il virus, questo non potrà dirsi sconfitto. Il distanziamento sociale resta, per ora, una misura necessaria, ma non per bloccare la pandemia (che, oramai, è impossibile da bloccare), semmai per contenerla e distanziarne  i contagi, in modo da evitare il collasso dei sistemi sanitari. cosa che si sta rischiando seriamente in Italia, e garantire assistenza a tutti quelli che ne hanno bisogno.

A tal proposito, a livello mondiale, si stanno ipotizzando diverse misure, più o meno condivisibili. Riportiamo alcuni esempi. I ricercatori dell'Imperial College di Londra hanno proposto misure di allontanamento sociale più estreme ogni volta che gli ingressi alle unità di terapia intensiva, le più sature e critiche, iniziano a impennarsi e rilassarle ogni volta che diminuiscono, con un andamento ciclico a oltranza.

L'Organizzazione Mondiale della Sanità fa un passo in più e raccomanda di accompagnare il distanziamento sociale alla strategia della Corea del Sud: interventi mirati di tracciamento dei contagi, isolamento dei casi sospetti, tramite anche l'individuazione dei soggetti asintomatici. E la privacy che fine fa? La domanda sembra retorica ma non troppo se si guarda a Paesi come Israele o Singapore. Nel primo caso, i servizi di intelligence antiterrorismo utilizzeranno i dati sulla posizione del telefono cellulare per rintracciare le persone che sono state in contatto con i portatori noti del virus, mentre Singapore traccerà i contatti e pubblicherà dati dettagliati su ogni caso noto, identificando quasi tutte le persone per nome.

Tutto questo fa molto pensare e fa vacillare le certezze che finora avevamo, in termini di rapporti sociali e di tutela della nostra sfera privata anche perché, purtroppo, non durerà solo qualche settimana o qualche mese ma ci accompagnerà finché non sarà trovato un vaccino al virus. E cosa ne sarà delle attività commerciali che basano il loro business sulla socializzazione? Pensiamo alle palestre, ai ristoranti, ai bar o ai cinema. Le crisi portano sempre necessità di adattamenti e potrebbero cambiare gli strumenti di erogazione di alcuni servizi, sostiene Lichfield: palestre che vendono attrezzature o sessioni di allenamento online, ma anche ritorno ad un'economia chiusa, con trasporti di merci a corto raggio e intensificazione dell'approvvigionamento locale, e magari passeggiate e giri in bicicletta. Il Direttore del Mit ipotizza cinema e teatri con posti distanziati, riunioni aziendali in aule più grandi. In altre parole, stiamo assistendo ad un nuovo disegno di socialità.

Noi, però, vogliamo essere un pochino più conservatori, passateci il termine, di Lichfield e credere che rispettando le restrizioni esistenti, pur accettando l'idea che possano riproporsi, ad ondate, la nostra "normalità" possa tornare. O, comunque, vogliamo essere ottimisti, forse idealisti, e credere in una nuova normalità, basata sulla socialità – tanto amata soprattutto da noi italiani – magari vissuta con meno slancio o in maniera più riservata. Insomma, che sia in 10, in 100 o in 1000 vogliamo tornare nei musei, negli stadi, nei locali per festeggiare e a fare shopping nei centri commerciali gremiti dei weekend, portando con noi la consapevolezza di quanto sia difficile rinunciare, improvvisamente, ad uno sguardo con uno sconosciuto  incrociato in metropolitana o a un caffè preso "al volo" con un amico, in un bar affollato, sotto l'ufficio.